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Perché la Nazionale

LA SICILIA HA I SUOI SIMBOLI
(a cura di Lu Statutu)

La Sicilia ha un vasto repertorio di tradizioni culturali uniche e non replicabili, che spaziano dalla dimensione etno-antropologica a quella gastronomica. A questo si aggiunge anche un apparato di simboli antichi e prestigiosi.
Diffusasi durante l’antichità siceliota, la Trinacria è l’emblema più famoso della Sicilia, la quale è nota anche con tale nome. Essa ha la forma di tre gambe (rappresentanti i tre capi della Sicilia), con al centro la testa di una Gorgone, elemento di chiara derivazione mitologica greca. Si tratta di una variante unica del più diffuso simbolo chiamato “Triskelion”.
Sopravvissuta come simbolo popolare dall’antichità ai giorni nostri, la Trinacria fu adottata per la prima volta come stemma ufficiale della Sicilia durante la Rivoluzione del 1848. Oggi è l’elemento centrale dello stemma e della bandiera della Regione Siciliana.
Oltre alla Trinacria la Sicilia ha avuto per secoli un altro simbolo araldico, vale a dire l’aquila nera su sfondo argento. Emblema degli Hohenstaufen, la dinastia di origine sveva di cui fu massimo esponente Federico II, l’aquila sveva è stata contenuta fino al 1816 all’interno della bandiera del Regno di Sicilia. Dal 1990 è uno degli elementi del gonfalone della Regione Siciliana.
Di quest’ultimo fa parte anche lo scudo blu a banda scaccata degli Altavilla. La memoria dei fondatori del Regno di Sicilia, infatti, è sempre stata molto cara ai Siciliani, che nel corso dei secoli hanno dedicato alla dinastia siculonormanna poemi, raffigurazioni nei loro tradizionali carretti e rappresentazioni nella famosa “Opera dei Pupi” (Patrimonio immateriale dell’Umanità).
Nel 2003 la Sicilia è stata la prima regione italiana a dotarsi di un inno ufficiale, “Madreterra”, composto da Vincenzo Spampinato.
Tra l’Ottocento e il Novecento, tuttavia, i Siciliani adottarono in più occasioni come proprio inno la cabaletta “Suoni la tromba e intrepido” tratta dall’opera “I Puritani” (1835) di Vincenzo Bellini. In particolare, i Siciliani la proposero come canto patriottico nel corso della Rivoluzione antiborbonica del 1848.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, nell’ambito della lotta per l’autodeterminazione della Sicilia, la cabaletta fu nuovamente riproposta, con un testo modificato in chiave più marcatamente nazionale.
Risalgono al Vespro Siciliano del 1282, invece, i due motti ANTUDO (acronimo di “Animus Tuus Dominus”) e “Bonu Statu e Libbirtati”.

LA SICILIA HA UNA SUA STORIA
(a cura di Lu Statutu)

Sul piano storico il concetto di “Nazione Siciliana” è antico. Alcuni ne fanno risalire l’origine al Congresso di Gela del 424 a.C., allorquando il generale siceliota Ermocrate di Siracusa chiamò all’unità gli abitanti dell’Isola.
Dopo l’età romana e i periodi barbarico, bizantino e arabo, nel XII secolo la Sicilia si elevò da contea a regno indipendente grazie alla dinastia degli Altavilla, di origine normanna ma ben presto divenuta “autoctona”.
Re Ruggero II dotò il nascente regno di un proprio Parlamento (il più antico d’Europa) destinato a durare fino al 1816. Nel corso dell’epoca normanna il Regno di Sicilia divenne uno degli Stati più ricchi, potenti e progrediti d’Europa e del Mediterraneo.
Nel 1266 la Sicilia finì sotto il dispotico dominio angioino. Proprio in questo triste periodo, tuttavia, giunse a piena maturazione un’autentica coscienza nazionale e popolare, testimoniata dall’insurrezione anti-angioina del Vespro Siciliano del 1282. Al Vespro seguirono le guerre per il mantenimento dell’indipendenza di cui fu artefice Re Federico III. È proprio a quest’epoca che risale la definitiva scissione del Regno di Sicilia insulare dai suoi ex possedimenti nella Penisola Italiana.
Molti secoli dopo, nel 1812, il Parlamento Siciliano approvò la prima Costituzione d’ispirazione liberale varata sul territorio dell’odierna Italia unita. Tuttavia nel 1816 la Costituzione fu revocata dai Borbone, il Parlamento abolito e il Regno di Sicilia soppresso dopo quasi 700 anni. Nacque così il cosiddetto “Regno delle Due Sicilie”.
Con la Rivoluzione scoppiata nel 1848, i Siciliani insorsero per primi nell’ambito della “Primavera dei Popoli”. Per un anno il Regno di Sicilia indipendente tornò in vita, mentre il ricostituito Parlamento dichiarò per sempre decaduti i Borbone. Tuttavia nel 1849 l’esercito napoletano occupò nuovamente l’Isola.
Nel 1860, dopo lo Sbarco dei Mille di Garibaldi, ai Siciliani fu promessa un’ampia autonomia. Ritrattata ben presto tale promessa, la Sicilia venne annessa integralmente al Piemonte. Malgrado ciò nei decenni seguenti il senso di una specifica “nazionalità siciliana” sopravvisse, esplodendo durante la Seconda Guerra Mondiale e conducendo alla lotta indipendentista ed alla successiva approvazione dello Statuto Speciale.

LA SICILIA HA UN SUO STATUTO
(a cura di Lu Statutu)

Che la Sicilia sia una regione autonoma, dotata di uno Statuto Speciale, è cosa generalmente nota. Meno scontata è la consapevolezza che l’attuale condizione giuridica della Regione Siciliana affondi le sue radici nell’identità storica, politica e culturale del popolo siciliano. La Sicilia ha infatti una plurisecolare tradizione statale e di autogoverno che è stata ereditata dalle sue odierne istituzioni autonome.
Lo Statuto Speciale attualmente in vigore, risalente al 1946, è il risultato dell’ultima lotta indipendentista esplosa nell’Isola durante la Seconda Guerra Mondiale. In quel frangente storico l’Italia, al fine di dare una risposta unitaria al separatismo, riconobbe il diritto naturale dei Siciliani all’autogoverno. Entrata in vigore il 15 maggio 1946, l’Autonomia Siciliana preesiste alla Repubblica Italiana ed è il frutto di un “patto” tra i rappresentanti di due popoli potenzialmente indipendenti e sovrani.
A dimostrazione del carattere “pattizio” dell’Autonomia Siciliana, lo Statuto Speciale prevede anche l’esistenza di un’Alta Corte di nomina mista (siciliana e italiana), destinata a giudicare in merito alle controversie tra la Regione Siciliana e lo Stato Italiano. Lo Statuto Speciale della Sicilia, inoltre, è l’unico a prevedere l’esistenza di un vero e proprio Parlamento – l’Assemblea Regionale Siciliana – al posto del semplice consiglio regionale.
Benché disapplicato in molte sue parti, lo Statuto Speciale è una testimonianza del peso che la storia siciliana riveste anche sul piano istituzionale e giuridico.

LA SICILIA HA UNA SUA LINGUA
Malgrado la lingua siciliana non abbia ancora ottenuto un riconoscimento ufficiale dalla Repubblica Italiana, nel 2011 l’Assemblea Regionale Siciliana ha approvato una norma volta a valorizzare il patrimonio linguistico siciliano attraverso l’istruzione primaria.
Storicamente la lingua siciliana si affermò come lingua scritta a partire dal XIII secolo, con la Scuola Poetica di Federico II, derivando direttamente dal latino (con altri innesti, tra cui greco e arabo). Purtroppo la stragrande maggioranza dei componimenti della Scuola ci è giunta in traduzioni toscane e non nell’originale siciliano (rinvenibile solo in pochi casi, per esempio, in “Pir meu cori alligrari” di Stefano Protonotaro).
Nel corso del XIV e del XV secolo la lingua siciliana fu in uso come lingua ufficiale del Regno di Sicilia, del suo Parlamento e della corte, come dimostrato dai documenti dell’epoca. Affiancato dall’italiano attorno alla metà del Cinquecento, il siciliano è rimasto vivo lungo i secoli come lingua della quotidianità (con i suoi vari dialetti) e lingua letteraria colta dotata di una tradizione ininterrotta dal XIII secolo ad oggi.
Oltre che essere parlata nell’Isola di Sicilia, varianti della lingua siciliana sono diffuse nella parte meridionale della Calabria, in Salento e tra le comunità siciliane sparse in giro per il mondo.
In virtù della sua natura di vera e propria lingua, considerata tale da Ethnologue e dall’UNESCO, il Siciliano è presente nella lista ISO 639-3, con il codice: SCN. L’UNESCO, in particolare, classifica il siciliano come “lingua madre” a rischio vulnerabilità.
I Siciliani sono pertanto considerati bilingui, in quanto parlanti italiano (lingua la cui presenza nell’Isola prescinde storicamente dall’appartenenza allo Stato Italiano) e un’altra lingua vera e propria: il siciliano, loro antica lingua madre.

LA SICILIA È UN’ISOLA
(a cura di Lu Statutu)

«La Sicilia ha dimostrato in numerose occasioni di vivere una vita a carattere nazionale proprio, più che regionale (…) La verità è che la Sicilia conserva una sua indipendenza spirituale».
Con queste parole, scritte a circa sessant’anni di distanza dall’unificazione italiana, il grande filosofo sardo Antonio Gramsci immortalò l’identità della Sicilia. A contribuire in misura maggiore a questa circostanza sono stati elementi quali la storia, la lingua e le tradizioni culturali, che analizzeremo nei prossimi post.
Oggi ci concentreremo, invece, sulla geografia della Sicilia, che ha costituito una fertile precondizione per lo sviluppo di un’identità talmente distintiva da non potersi ridurre a una dimensione regionale ma – come brillantemente evidenziato da Gramsci – da sfociare, al contrario, in autentica identità nazionale.
La condizione di insularità della Sicilia, come nel caso di altre Isole (dalla Sardegna all’Irlanda, dalla Corsica all’Islanda), ha infatti reso possibile una delimitazione “naturale” tra sé e l’altro da sé, durata nel corso dei secoli al di là di ogni vicissitudine politica.
Non a caso già nel 424 a.C, durante il Congresso di Gela riunito per fronteggiare la minaccia ateniese, il generale siracusano Ermocrate proclamò: «Non ci disonora affatto farci concessioni tra compatrioti (…) che abitano lo stesso paese, cinto dal mare, e che sono compresi sotto l’unico nome di Siciliani.»

STATO VS NAZIONE: QUALI DIFFERENZE?
(A cura di Lu Statutu)

Molto spesso, a causa di interpretazioni un po’ superficiali, capita di considerare i concetti di “Stato” e “Nazione” alla stregua di due sinonimi. In realtà tra i due termini esiste una profonda differenza, sia sul piano giuridico che su quello politico.
In estrema sintesi la parola Stato indica l’organizzazione politico-istituzionale che esercita la sua sovranità su un determinato territorio e sulla collettività che lo abita.
Al contrario il termine Nazione fa riferimento a un gruppo umano accomunato da almeno alcuni dei seguenti elementi: storia, tradizioni culturali, lingua, credenze, memorie, origini e simboli. In tal senso il concetto di “Nazione”, più che essere associato a quello di “Stato”, andrebbe legato a quelli di “Popolo” e/o “Etnia”.
Da ciò deriva che nel mondo siano esistiti ed esistano tuttora Stati “mononazionali”, Stati nazionali con piccole minoranze etniche al proprio interno, Stati “plurinazionali” e “Nazioni senza Stato”.

UNO STATO, PIÙ NAZIONI: POSSIBILE?
Tra gli Stati “plurinazionali” si distinguono quelli che riconoscono almeno in parte la propria “plurinazionalità” (un esempio è costituito dal Regno Unito) ed altri che tendono a ridimensionarla e comprimerla attraverso un forte centralismo politico e culturale (è il caso, per esempio, della Francia ed anche dell’Italia).
Da questa distinzione ne discende un’altra: quella tra “Nazioni senza Stato” riconosciute come tali (per esempio, la Scozia e il Galles, “Home Nations” del Regno Unito insieme all’Inghilterra e all’Irlanda del Nord) e “Nazioni senza Stato” declassate a “Regioni”, seppur spesso dotate di formale autonomia.
La Sicilia (come la Sardegna) costituisce un caso paradigmatico di “Nazione senza Stato” ufficialmente declassata a “Regione autonoma”.